Ultime dalla Cassazione sul sequestro di telefono cellulare e dei dati ivi contenuti.

Ultime dalla Cassazione sul sequestro di telefono
Il diritto alla riservatezza ed esigenze di indagine, quali diritti, quali garanzie, quali rimedi?

A proposito della sentenza Cass. pen., Sez. VI, 4 marzo 2020 (dep. 28 aprile 2020), n. 13166.

Il caso esaminato dalla Cassazione ha riguardato il sequestro di un telefono cellulare di proprietà di un giornalista.

In sede di impugnazione del decreto di perquisizione e conseguente sequestro dell’organo inquirente, il Tribunale del riesame di Bari ha disposto «la distruzione dei cloni di tutti i dati ottenuti con l’estrazione di copia dell’intero archivio contenuto nel telefono cellulare» del giornalista, con la sola esclusione di quelli afferenti a un determinato lasso temporale, insieme alla distruzione «dei dati non pertinenti al thema probandum», relativi a tale periodo.

Il Tribunale ha ritenuto “teorica” l’utilità dell’esplorazione dell’intera memoria ed ha rilevato al contempo che, nel caso di specie, detta attività avrebbe compromesso «il diritto alla riservatezza della corrispondenza e delle fonti informative».

La Cassazione, investita della questione a seguito di ricorso del Pubblico Ministero, ha confermato alcuni principi già elaborati e fatti propri dalla precedente giurisprudenza in tema di sequestro di dati informatici e di dispositivi elettronici.

I principi confermati dalla Cassazione: esigenze investigative, proporzionalità, riservatezza dell’individuo.

La Corte ha innanzitutto individuato gli interessi da contemperarsi in tali casi. Da un lato le esigenze investigative, dall’altro la proporzionalità della misura, «tanto più quando venga in rilievo la necessità di salvaguardare da interventi invasivi soggetti portatori di interessi qualificati alla riservatezza, quali i giornalisti».

Il principio era stato già sancito dalla Suprema Corte in altra precedente pronuncia, ove rilevava la necessità, in questi casi, di non compromettere il diritto del giornalista alla riservatezza della corrispondenza e delle fonti, il quale trova il suo referente convenzionale nell’art. 10 C.E.D.U. (cfr. Cass. pen., Sez. VI, 19 gennaio 2018, n. 9989).

Negli ultimi anni la Cassazione ha affermato che non può considerarsi di per sé legittima l’apprensione indiscriminata di tutte le informazioni e i dati contenuti all’interno di un dispositivo elettronico. Al contempo va ritenuta ammissibile l’estrazione dei dati rilevanti e l’adozione del sequestro dei contenuti estesi, ravvisabile se del caso nell’acquisizione di copia forense, ma connotato da ragionevolezza temporale» e «in funzione dell’estrazione selettiva dei dati».

Il caso affrontato: collaborazione del giornalista, effettuazione di copia forense, restituzione all’avente diritto.

Nel caso affrontato dai Giudici, il giornalista aveva immediatamente ottemperato alla richiesta di esibizione e consegna del telefono cellulare da parte dell’Autorità giudiziaria, cui era seguita l’immediata estrazione della copia forense del suo contenuto e, subito dopo, la restituzione del dispositivo. Ciò consente di concludere che il «sequestro si sia trasferito sui dati in tale forma acquisiti».

Proseguendo nel ragionamento, la Corte ha concluso che la questione riguardasse, in particolare, il potere del Tribunale del riesame di ordinare la distruzione della copia dei dati diversi da quelli ritenuti rilevanti.

Ritiene la Corte sul punto che quest’ultimo non rientra tra i poteri decisori del Tribunale del riesame, che può «definire i limiti del provvedimento di sequestro, disponendone l’annullamento, la conferma o la revoca parziale, in questo caso provvedendo alla restituzione di quanto eccedente, salvi ulteriori limiti dettati dall’art. 324, comma 7, cod. proc. pen.», che la impedisce nei casi di confisca obbligatoria ex art. 240, comma 2 c.p.

Insomma, considerato che oggetto del sequestro informatico è il dato informatico, il Tribunale «può [solo] ordinarne la restituzione» e non la distruzione.

In conclusione, la Corte ha annullato senza rinvio il provvedimento impugnato nella parte in cui ordina la distruzione dei cloni.

Il principio di diritto qui affermato si pone in armonia con quanto espresso dalle Sezioni Unite nella sentenza Andreucci.

Secondo la menzionata pronuncia, «è ammissibile il ricorso per cassazione avverso l’ordinanza del tribunale del riesame di conferma del sequestro probatorio di un computer o di un supporto informatico, nel caso in cui ne risulti la restituzione previa estrazione di copia dei dati ivi contenuti, sempre che sia dedotto l’interesse, concreto e attuale, alla esclusiva disponibilità dei dati» (cfr. Cass. pen., Sez. Un., 20 luglio 2017, n. 40963).

Le due sentenze condividono il medesimo principio per cui la restituzione del supporto informatico, previo trattenimento di copia dei dati, non comporta il venir meno del sequestro, potendo riconoscersi, in capo all’avente diritto, un interesse alla restituzione dei dati in sequestro.

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